CATERINA BUTES E LA GIOCONDA

Non esistono documenti scritti che ne certifichino l’identità: il nome attribuito alla donna ritratta fu scelto dagli storici più per necessità editoriale che per certezza storica. Le interpretazioni tradizionali, infatti, si basarono su letture “romantiche”, prive di un’analisi semantica rigorosa, e per questo destinate all’errore sin dall’inizio.
La base di partenza per un ragionamento logico è un dato oggettivo: quel dipinto, straordinariamente “finito”, apparteneva a Leonardo stesso. Lo sappiamo grazie alla testimonianza di Antonio de Beatis, che nel suo diario annota la sua visita al maestro nello studio di Amboise, e descrive i quadri in possesso del Maestro: la “Dama di Lombardia” (la Gioconda), la Sant’Anna con Maria e Gesù, il San Giovannino. Opere che rimasero in Francia e furono successivamente vendute ai Reali.
È utile ricordare che i ritratti su commissione, per consuetudine, non restavano a lungo nelle mani dell’artista: quando un committente posava, l’opera veniva realizzata nelle sue dimore e lì rimaneva fino alla consegna. Se dunque Leonardo conservò gelosamente quel dipinto, significa che la sua origine era ben diversa da un semplice lavoro commissionato.
Se dunque quel volto non apparteneva a una committente qualsiasi, ma rimase nelle mani di Leonardo fino alla fine, è perché custodiva un segreto che nessun altro ritratto portava con sé. Un segreto che la tradizione ha oscurato, ma che l’analisi attenta dei documenti e dei simboli può finalmente riportare alla luce.
La lettura che ora descrivo, si basa sullo studio della semantica dei dipinti di Leonardo, all’ inizio ho utilizzato il metodo primario, cioè la catalogazione dei segni, i segnali subliminali e di collegamento, i simboli e gli elementi a raddoppio. Parto dall immagine del dipinto detto la “Gioconda”. Per dare un esempio di forma subliminale , possiamo fare una serie di proiezioni identificative, come la costruzione del manto che soggiace sulla spalla e il prolungamento della piccola porzione del paesaggio, richiama una forma subliminale del nibbio (segue la proiezione dimostrativa). Il panneggio delle maniche ripetono i moduli del piumaggio naturale, mentre le dita della mano sinistra fungono da terminale del timoniere. Il Nibbio è anche la figura che Leonardo descrive nel racconto del sogno che faceva nella culla:
” Questo scriver sì distintamente del nibio par che sia mio destino, perché ne la prima ricordatione della mia infantia e’ mi parea che, essendo io in culla, che un nibbio venissi a me e mi aprissi la bocha cholla sua coda e molte volte mi percotessi con tal coda dentro alle labbra”. (Leonardo)
Con questa sovrapposizione subliminale Leonardo descrive il significato del sogno, cioè la parte terminale del timoniere finisce con le dita della madre, ricordo dell usanza del loro utilizzo come succhietto. Il significato si trasforma, e conferisce alla madre un potere di elevazione spirituale, inscrive il simbolo tra i più significativi della sua civiltà delle origini di Caterina.


Qui riporto alcuni dei molteplici elementi simbolici che possiamo leggere nell’opera, ogni elemento descritto da Leonardo é in funzione della seconda lettura dei “codici da Costellazione” come ho specificato nella mia pubblicazione.
Elenco dei simboli presenti nel ritratto: Lira, Delfino, Isola, Serpente, Nibbio, Ponte, C di Caterina , nome Butes, Mare.
L’immagine che conosciamo come “Gioconda” non è un volto enigmatico qualsiasi: rappresenta la madre di Leonardo, come già ipotizzava Freud leggendo il sorriso in chiave simbolica. A conferma di questa verità, emergono dettagli che ne certificano l’identità e il nome di origine.
Se si osserva con attenzione il dipinto, sull’abito di foggia spagnola (camora), compare una piccola banderuola, in quell’orpello è celata una scritta sapientemente dissimulata. Basta un minimo di concentrazione e, una volta individuata, non sfugge più: il nome nascosto è “Butes”.
L'insieme di tutte gli indizi simbolici lasciati da Leonardo rivelano che il volto del dipinto più celebre al mondo appartiene a Caterina, il cui nome originario era Butes.
Sappiamo che il cognome della madre di Leonardo era Buti: quella “s” finale non è casuale, ma carica di significato. La mia ricerca, approfondendo anche i risultati ottenuti nello studio della Vergine delle Rocce, conduce fino alle culture taino. In lingua arawak-Kalinago, nella loro lingua “butes” significa “blu”, il colore del mare


Con questi codici Leonardo celebra Caterina, trasformando il ritratto nella memoria eterna di sua madre: non un’opera di commissione, ma il suo vero testamento affettivo e spirituale. Il ritratto di Caterina presenta una costruzione complessa e articolata dove i significati indicano che sia stato ultimato dopo la morte di lei, avvenuta a Milano nel 1493. L’ opera diventa così il suo canto orfico, come racconta la storia del mito di Orfeo musico e cantore, che scende agli inferi e intonando il canto agli dei, cosi gli fu concesso di rivedere Euridice, allo stesso modo Leonardo con la sua arte del dipingere, disegnare e lo studio dell’anatomia, sublima sulla superfice della tavola il volto della madre, e la rivede per l’ultima volta.

